LOMBARDO SI DIMETTE!!! MA NON E’ LUI…

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L’evoluzione dei test di salto: 2a parte


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Mentre stavo per registrare l’audiovideo ieri, mi sono accorto che non avevo mai fatto dei conti su tutta quella marea di dati che ho raccolto nel corso della mia vita di valutazione funzionale, PER CIÒ CHE RIGUARDA GLI ANGOLI DI PIEGAMENTO IN RAPPORTO ALL’ALTEZZA DI SALTO. Quindi, ho dovuto sospendere, perché come al solito la curiosità l’ha fatta da padrone e non ho resistito. Ho passato circa una giornata a fare dei calcoli che debbo dire mi sono sembrati utili, per il fatto che ho tirato fuori dei dati interessanti. Intendiamoci, niente che non abbia già visto e compreso, ma come al solito, i dati non fanno altro che spiegare l’esistente però ti danno l’opportunità di farlo leggere anche agli altri in maniera abbastanza oggettiva. Chi sa solo far girare i dati ma non ha competenza sull’allenamento, chi si occupa di indici statistici sofisticati, di problemi di costrutto etc, non ha tempo per sporcarsi le mani, ma non ha certo la capacità di un allenatore di interpretare i fenomeni molto prima che arrivino i numeri a spiegare quello che ha già compreso da tempo.
Oggi vediamo come la valutazione dei salti non possa essere disgiunta dal vedere come si salta, oltre che quanto si salta, ed inoltre punteremo l’attenzione anche sugli angoli di piegamento al ginocchio ed il salto, aspetto a mio avviso molto trascurato, ma foriero di grandi possibili ed utili interpretazioni per direzionare in maniera corretta l’allenamento. E non vi preoccupate, fra pochissimo vedremo anche come possiamo misurare il piegamento senza che nessuno ci speculi sopra, come troppo spesso accade nella nostra professione.

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L’evoluzione dei test di salto

Iniziamo oggi ad affrontare un problema con cui mi confronto da oltre 30 anni e che ha subito profonde ed articolate variazioni nel corso della mia vita: la valutazione dei salti verticali. Da più di 30 anni oramai esiste il “tappetino” di Bosco che ha cambiato un’epoca: in pratica il passaggio di un’era geologica tra i salti misurati con il metodo di Sergeant e di Abalakov e la possibilità di valutare, invece, l’altezza di salto per derivazione dal tempo di volo, segnalato appunto dalla pedana di Bosco come un vero e proprio cronometro. Su questa pedana e sulle sue origini reali ci sono dicerie e leggende, come quella di un inserviente di Formia che l’avrebbe costruita prima ed era nominata “la zanzariera”, poi altre voci la attribuiscono in parte a Roberto Bonomi, notissimo allenatore di velocisti ed elettronico (non sappiamo con precisione quale sia la sua prima “vera” professione!!!), sta di fatto che all’ufficio brevetti è risultata un’invenzione del prof. Bosco. È certo che il prof. Bosco ha studiato in maniera approfondita tutti i fenomeni legati all’altezza di salto riferendosi financo alla composizione muscolare delle fibre.
Forse questo accanimento verso l’interpretazione dei numeri in chiave rigorosamente di fisiologia muscolare – grande passo avanti per la metodologia dell’allenamento – ha limitato un po’ le altre potenzialità che questo tipo di salto ha per la comprensione della “funzionalità muscolare” così chiamata da Cuzzolin, che invece cerca di rimettere insieme i pezzi del corpo umano per capire meglio dove possono esserci altri fattori limitanti derivati da retroazioni e blocchi articolari che possono inficiare il movimento stesso.
Ho sempre avuto un’intima diffidenza nei test posturali degli specialisti e credo che lo squat test sia l’unico che effettivamente ho utilizzato dove ci sia un’analisi globale/analitica del nostro soggetto, perché si riferisce ad un movimento molto conosciuto come appunto lo squat.
Chi vuole approfondire questa metodica può sicuramente rivolgersi al sito di Cuzzolin che né è stato sicuramente il primo e più approfondito studioso di tale metodica, almeno in Italia.
Un altro discreto approccio (meno sistematico e più da campo) lo potete anche trovare nell’analisi dello squat sulla rivista della FIPE numero 0.
Se vogliamo, di fatto, anche il jump prevede la stessa azione dello squat con angoli diversi e pattern motori similari, soprattutto nelle fasi di caricamento (manca la stazione di controllo con le braccia sopra la testa decisiva per basket e volley, molto meno per il calcio), e quindi diventa a mio avviso molto utile esperire dei controlli “visivi” su queste azioni. A livello commerciale l’optojump risulta il prodotto che sta cercando di portare avanti questo concetto, cioè abbinare all’altezza di salto raggiunta anche il modo, il come hai saltato, tramite la sincronizzazione del salto con due webcam che riprendono l’azione sia frontalmente che lateralmente. Conoscere queste nuove istanze e cercare di sintetizzarle mi sembra doveroso da parte di noi operatori, ottimizzando l’analisi per sport per ottenere informazioni importanti utili per un successivo lavoro individuale del giocatore che non sia solo legato al fatto di fare più forza esplosiva o reattiva, ma anche per introdurre esercizi atti a modificare le eventuali anomalie del suo gesto inteso in senso più complessivo, nei termini possibili al nostro intervento.
Proverò quindi a dirvi cosa faccio io, cercando di essere coerente con ciò che fino ad oggi vi ho fatto vedere, e soprattutto non arrogandomi nessun diritto di primogenitura su queste metodiche, che altri hanno pensato e catalogato ed io ho solo ottimizzato e individualizzato per il mio lavoro.

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Allenamento “in piedi” ed effetto sulla leg extension

Anteprima


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Nell’ambito della nostra saga sulla leg extension, oggi affrontiamo quali sono gli effetti del lavoro sulla forza del quadricipite “in piedi”, quindi quello del lavoro unicamente di squat e affini (monopodalico e bipodalico) unito all’attività tecnica.

Voglio insistere su una cosa, l’unico motivo per cui può esistere negli sport di squadra l’uso di tale attrezzo, sta appunto nel poter verificare quant’è l’effetto che ho sul quadricipite da un determinato lavoro nelle diverse espressioni di forza che chiaramente deve avere aspetti funzionali al gioco. È totalmente privo di senso svolgere azioni di valutazioni su questa macchina idiota per determinare se un soggetto ha delle carenze tra i due lati se poi queste vogliono essere colmate con un lavoro su di essa, visto che come oramai sappiamo con certezza – ed in parte quest’audiovideo ve lo confermerà – che il lavoro “in piedi”, ci garantisce un miglioramento di questo gap.
Non crediamo se non vediamo, bene, basta dotarsi di un modesto strain gauge isometrico per capire che migliorare il movimento ci aumenta la forza del quadricipite, mentre aumentare solo la forza del quadricipite non ci comporta un miglioramento nel movimento!!!

Già l’idea di fare una valutazione dinamica alla leg extension con encoder (o peggio ancora basandosi sul carico sollevato), implica una richiesta di movimento che può in parte essere influenzata dalla cordinazione e quindi dall’abilità a farlo. Ricordiamoci che le azioni isometriche sono quelle meno – non ho detto per niente – influenzate dall’aspetto coordinativo (manca in buona parte la coordinazione intermuscolare che avviene nella fase dinamica del movimento).
Prossimamente porteremo degli esempi che riguardano questo rapporto anche nell’ambito di un lavoro di riatletizzazione, affinché nella valutazione funzionale venga data la giusta interpretazione ed enfasi ai diversi parametri che spesso ci portano fuori strada: uno di questi, è non ricordarsi che l’altezza di un salto viene ottenuta dal quadrato della velocità, e quando facciamo ad esempio la differenza tra l’altezza di salto dei singoli arti, ci fa incorrere in un errore di sovrastima del differenziale. Sarà un video di Gigi Lucarini a chiarirci ancor di più questo aspetto e legarlo alla valutazione funzionale moderna dei salti.

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Squat e Leg Extension: quale rapporto??


Oggi la prima di questa nuova saga la lascio aperta a tutti, le altre saranno invece criptate (come Sky).
Intanto vi porto a conoscenza di una simpatica e penso costruttiva iniziativa proposta da Luca Donati, di cui vi faccio vedere la brochure aggiornata in questa pagina, dove troverete anche gli obbiettivi, le finalità e le modalità per la partecipazione che è totalmente gratuita.

Chi mi conosce e mi ha già sentito a lezione sa che odio la leg extension, odio l’isocinetica e quindi la leg extension isocinetica è l’odio al quadrato. Ma al di là dell’odio viscerale (trasmessomi da Bosco, che è pari solo all’odio verso le ripetute sui 1000 m e verso chi ancora le sostiene, odio sempre ereditato da Bosco ma molto razionalizzato in me) mi sono sempre chiesto: ma che rapporto c’è tra questa stupida macchina e l’azione dinamica di un salto?

Quando io spingo nel salto più su una gamba, dipende da una carenza di forza dell’arto che non spinge o forse è solo un problema di catena cinetica non perfettamente simmetrica??
Certo, 20 anni fa avrei risposto come un cretino: è la gamba che è più debole, e via lavori di compenso monolaterali, che però mi accorgevo che portavano ben a poco. Il problema e che sono passati 20 anni e di cretini che rispondono così ce ne sono ancora molti: basti pensare che tra questi qualcuno fa valutazione funzionale appunto con leg extension, magari dinamica con encoder lineari, e poi da indicazioni di lavoro sul muscolo deficitario!!! Con evidenti deficit mentali da parte dell’operatore.
La cosa bella, è che spesso ci troviamo a confrontare l’altezza di salto monopodalica, che è una catena ancora più complessa, dove la coordinazione è ancora più importante del salto bipodalico; non è corretto emettere sentenze con una percentuale di differenza tra l’altezza di salto diversa raggiunta tra le due gambe.
Ricordo (sbagliavo anch’io fino a poco tempo fa, non ho problemi ad ammetterlo) che l’altezza di salto è il quadrato della velocità (moltiplicato per 0,051)… ma di questo ne parleremo più avanti.
Come anche è importante visualizzare che chi usa prevalentemente il monopodalico nelle sue azioni diventa bravo a saltare in monopodalico e quindi… vabbè è evidente che voglio dirvi troppe cose insieme, quindi guardatevi (o sentitevi a seconda del vostro miglior senso) questo audiovideo senza mai dimenticarvi che è solo l’inizio e senza mai dimenticarvi delle spinte con manubri e bilancieri di ieri cosa hanno provocato…

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Migliora la forza o la coordinazione? Un esperimento su spinte con bilancieri e manubri

Lascio libero per tutti questo audiovideo (il PDF invece è solo per i sottoscrittori che invito ad effettuare il Login cliccando in alto a destra e seguenedo la procedura) perché penso che scatenerà molte riflessioni e quindi vediamo i commenti anche degli altri.
Mi rendo conto che questo argomento sarà indigesto a molti, che molti cercheranno disperatamente gli errori procedurali nell’esperimento svolto dal nostro gruppo con in testa Marcello Cipriani (del tutto scomparso sul blog… ), ma molti si dovranno rassegnare a ricordarsi quello che già oltre 30 anni fa Thorstensson aveva individuato in un semplice ma magistrale lavoro: se ti alleni allo squat, trovi miglioramenti nello squat ma non nella pressa e viceversa se ti alleni alla pressa ritrovi miglioramenti nella pressa e non nello squat.
Noi abbiamo voluto provare cosa succede utilizzando catene cinetiche molto simili (spinte in panca con bilancere o manubri) e siamo giunti alle stesse conclusioni: miglioriamo l’efficienza del movimento, quindi a parità di forza applicata siamo più veloci. Il miglioramento della forza è sicuramente secondario e dobbiamo considerare questo miglioramento come neurogeno, nell’accezione del termine più ampio, che coinvolge principalmente la coordinazione intermuscolare piuttosto che quella intramuscolare.
Altro è allenare il muscolo indipendente, come fanno i culturisti, i quali devono fuggire dall’efficienza del movimento il più possibile, modificando spesso e volentieri l’esercizio per evitare il miglioramento neurogeno e concentrarsi sull’allenamento miogeno.


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Forza Dinamica Massima: errori nell’interpretazione

Oggi rientro nell’ambito della classificazione della forza e cercherò di fornire il mio contributo su un’altra espressione di forza: la Forza Dinamica Massima (FDM). Su questo, nel numero 9 della rivista Scienza e Sport c’è un articolo a firma di Silvaggi e Alberti (che conosco e reputo persone per bene) e Garufi che invece non conosco personalmente. Ad un certo punto gli autori affermano a pag 51 che la forza massimale si può definire come la capacità di sviluppare forza senza possibilità di modulare la velocità di esecuzione, riprendendo qui un concetto errato proposto da Bosco: sappiamo tutti che fino al 90-95% 1RM sono comunque in grado di modulare la velocità esecutiva (basta fare una prova con un encoder lineare) e solo con carichi molto prossimi al 100% non la moduliamo. Secondo loro quindi, con un carico dell’85% 1RM non si può modulare la forza, chiedetelo ai culturisti che ne fanno il loro pane quotidiano. La FDM è – sempre secondo loro – la capacità di sviluppare forza con la possibilità di modulare l’esecuzione (Bosco erroneamente dava questa indicazione con carichi inferiori all ’85% 1RM e basta avere un encoder per vedere che si sbagliava).
Come avrete già visto, reputo sicuramente Bosco un grande maestro che ho seguito per molti anni e mi ritrovo nei suoi prinicipi generali, meno in alcuni aspetti applicativi senza che questo faccia abbassare di un millimetro la mia considerazione nei suoi confronti (quando era in vita il 50% delle volte era incazzato con me perché questi errori glieli facevo notare). Vorrei sapere cosa penserebbe adesso se tornasse in vita e vedesse che nel laboratorio intitolato a suo nome si parla di ripetute sui 1000 per il calcio; penso che caccerebbe i mercanti dal tempio e si ricrederebbe su chi ha considerato degno di proseguire la sua attività universitaria.
Al contrario la FDM – come poi vediamo dai suoi lavori e diapositive che sono contenute nell’audiovideo – lui la considerava come la capacità di spostare un carico non elevato (fino a circa 1 BW extra-peso corporeo) in condizioni balistiche, per attivare tutte le fibre veloci. Questi due aspetti, che sono molto importanti per gli sport di squadra sono totalmente trascurati dai nostri autori.
Vado a ritroso nel tempo e questa espressione di forza veniva definta da Yuri Verkhoshansky come la “Forza Tonica“.
Va da sé che in diversi anni di lavoro ho sempre trovato (e dimostrato in tutti i corsi che ho diretto e in cui sono stato relatore con dati di anni di esperienza che i nostri sports scientists se li sognano), che è sufficiente lavorare negli sport di squadra su questo elemento, variando gli angoli di partenza e di arrivo, utilizzando una gamba che già produce sovraccarico, come elementi utili per mantenere i livelli di forza massima dei nostri giocatori.
Possiamo spostare l’attenzione in altre fasi, soprattutto dell’attività giovanile dai 17-18 anni in poi, come la necessità di impostare magari un lavoro sulla forza massima ma in un periodo dove la prevalenza del lavoro sia quella appunto sulla Fmax, in modo da poter ottimizzare le fasi di recupero e dirigere gli ormoni ed il materiale plastico verso quella direzione non confondendo il nostro organismo.
Ma questa è un altra storia ancora, che riguarda la forza nell’attività giovanile che è tutta da descrivere ed in Italia sono rarissimi coloro i quali sono in grado di farlo, perché con i giovani ci lavorano veramente in pochi. L’ultimo è stato un preparatore del basket che lavora in serie A da 10 anni, non ha mai seguito un giovane ed ha tenuto POCHI GIORNI FA per la FIP una conferenza della preparazione fisica sui giovani. Ma quando la smetteremo di far parlare persone incompetenti sull’argomento CHE LEGGONO LE COSE DAI LIBRI E NON HANNO UNO STRACCIO DI ESPERIENZA SU QUELLO DI CUI PARLANO???

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Intermittente nel volley: qualche video per esemplificare


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Oggi tutti filmati e niente grafici: vi facciamo vedere, a conclusione dell’articolo di Sergio Machella e mio sul modello di prestazione della pallavolo femminile, qualcuna delle nostre proposte di lavoro intermittente specifico per il volley, anche provando a collocarlo in tempi diversi (durante la preparazione e durante il campionato). Non so se la qualità del video sarà tale da vedere tutto con chiarezza, ma spero che le spiegazioni vi aiutino come al solito non a copiare pedissequamente, ma a trovare soluzioni sicuramente più intelligenti delle nostre, che sono il furtto di qualche anno di attività, di prove, errori e miglioramenti. E anche per capire che si può tenere alto il metabolismo aerobico senza la corsa continua, ma sviluppando movimenti con alte accelerazioni e decelerazioni che abbiano anche un riferimento tecnico, giocando sui recuperi. Credo che troverete delle concordanze anche per il lavoro sul basket, naturalmente svolto con tipologie di spostamenti differenti.

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Andate a lavorare nei campi…

Questa scusate ma è troppo bella, qui vi riporto il titolo di uno studio italo-franco-tunisino (le solite cordate di amici e compagni di merende) appena uscito: Energy system contribution to olympic distances in flat water kayaking (500 and 1,000 m) in highly trained subjects.
In questo studio, già fatto circa 23 anni fa da noi e prima ancora da Tesch negli anni ’80, non si sono accorti i nostri sports scientists, chiusi come topi nei laboratori, che nel kayak i 500 metri non sono più specialità olimpica. Invece di buttare i soldi su queste cose andate a lavorare i campi che è meglio!!!

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GPS, carico esterno ed interno: un contributo di Dario Pompa

Anzitutto oggi voglio ringraziare molti di voi, che con grande sensibilità mi hanno scritto in privato ed in pubblico per manifestare la vicinanza al blog e l’intenzione, anche poi effettuata praticamente, di fare una donazione al blog ed iscriversi quindi al club di quelli che reputano che la cultura ufficiale dello sport, sviluppata in ambito universitario e federale, sia assolutamente obsoleta, carente ed irregimentata da poche persone che si arrogano competenze che non hanno, magari mascherati da sports scientists.
Oggi lasciamo pubblico un contributo che ci viene fornito da Dario Pompa, che è stato uno dei primi ad utilizzare il GPS con l’analisi della potenza.
È interessante perché, anche sulla base dei contributi di Armando Fucci, stiamo cominciando a ragionare sui diversi parametri che ci possono consentire di comprendere meglio il rapporto tra i parametri del carico esterno dell’esercitazione, intesi non solo come V’O2/kg, ma anche quanto essi sono più o meno vicini al modello nelle loro varie categorie (accelerazioni e decelerazioni, distanza equivalente, tempo sopra i 16 km/h, % anaerobica etc), ed anche i parametri del carico interno, di cui la frequenza cardiaca rappresenta, a mio giudizio l’anello più debole, ma anche l’RPE (intesa sia per singolo esercizio che per sessione di allenamento).
Penso personalmente che tutti i sistemi di valutazione del carico interno sulla FC (che io stesso ho iniziato ad usare agli inizi degli anni ’90) siano oramai obsoleti, ed è veramente incredibile che ancora ci siano quintali di lavori “scientifici” che escono su questo argomento sulla letteratura internazionale e che attribuiscano punti di impact factor.
La FC, finché c’era solo lei, ci dava una mano sicuramente a capire qualcosa in più negli sport di squadra, ma oggi è come misurare con la clessidra uno scatto breve.
Ricordiamoci (ne parlerò fra qualche giorno) che la FC al termine di un azione intensa per i 15″ successivi non cala, mentre il V’O2 in quei 15″ è calato di almeno mezzo litro, quindi questo porta ad una dissociazione tra questi due parametri; considerando che ci sono 1000 azioni di questo genere, immaginate alla fine quanta differenza c’è fra i due. E poi vogliamo dire che io faccio un azione al doppio della mia massima potenza aerobica in un accelerazione e la FC aumentà del 5% dall’85% al 90%, come facciamo ad identificare su questo piccolo aumento le azioni ad alta intensità??
Questo è presente negli sport di squadra, ma anche nel ciclismo su strada, dove appunto da oltre 15 anni (dal ’95) continuo a sottolieare l’importanza di allenarsi tramite sistemi che indichino la potenza e ridurre l’importanza che viene data alla FC ed a tutti i test che su di essa si basano… ma qualche ridicolo “sport scientist” continua a dire si equivalgono!!!
Continuate a contribuire che prima o poi li abbattiamo dal loro scranno di presunzione.

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