Una proposta per la prevenzione degli infortuni della caviglia (2a parte)

Alberti prevenzione infortunio

Vista la notevole discussione che si è proposta su questo tema sono molto contento di proporre la seconda parte del lavoro di Alberti, rimettendo anche il suo scritto della volta precedente perché forse qualcuno lo ha trascurato. Rispondo anche a Massimo di Giovanni che non darò un mio commento su questa proposta, penso che siete tutti grandi e vaccinati ed un mio giudizio potrebbe forse togliere interesse su quell'ampia discussione che si è creata. Spesso ricorrere a vecchi tromboni come me può essere fuorviante.
Una sola cosa mi sento di dire: attenzione a parcellizzare troppo, il centro del nostro pensiero è il movimento specifico che cerchiamo sempre di "allenare" ad essere più economico e soprattutto pronto per non avere danni dalle azioni dove gli avversari ci toccano, ci sbilanciano etc. Dico questo perchè oggi è arrivato un commento di Alfio Caronti, notissimo e bravissimo kinesiologo che personalmente stimo molto, su un articolo di Dario Pompa (che replicherà da solo non ha certo bisogno del mio aiuto), che ci fa notare come a volte l'esperienza personale ed il ruolo professionale devia le soluzioni possibili. Se noi continuiamo a fare l'errore di dire che un determinato esercizio migliora la forza, o l'equilibro o la propriocezione, possiamo tranquillamente essere attaccati dai puristi della materia specifica per questo o quel problema, come in parte ma solo in parte correttamente indica Caronti (che invito, visto che legge il nostro blog, a portarci la sua esperienza ed anche i lavori che ha fatto a Tor Vergata, lo spazio che gli daremo sarà sicuramente amplissimo, figuriamoci, se lui vuole dato il suo altissimo livello). Ma noi dobbiamo allenare il movimento, il controllo di esso, e quindi non ci possono bastare le solette propriocettive. Se qualcuno mentre stiamo per colpire la palla ci sbilancia dobbiamo essere in grado di risolvere il problema anche senza solette, così come per migliorare la forza impressa spesso non necessita il bilanciere ma basta l'appoggio monopodalico etc. Quando scegliamo un esercizio sintetico ci sono sempre dei pro e dei contro (non basta un contro per non farlo a mio avviso), non potrà mai esserci solo contro o solo vantaggi, e questo al di là di ogni valutazione oggettiva, che se possibile facciamo ma anche essa è parcellizzante (come misuro l'equilibrio o quale forza???), sarà compito nostro (dell'allenatore) valutare anche empiricamente se funziona. Un'altra cosa sempre a mio personale giudizio, tutto è migliorabile finché consente di agire sul miglioramenteo e l'efficienza del controllo del movimento e limita il più possibile i rischi del giocatore (niente può azzerare il rischio). L'ultima cosa della giornata: mi sono sbellicato dalla risate ieri quando mi è arrivata un'email della Scuola dello Sport, che dovrebbe essere l'ente che ci migliora culturalmente secondo il pensiero del CONI, che propone per il 1° Febbraio un seminario di un giorno a 360€!!! Già questo è uno scandalo, neanche fosse una società privata, ma il CONI riceve soldi dallo stato. Entrando nella brochure il titolo recita: "Resistenza aerobica: mezzi e metodi dello sviluppo negli sport di situazione e tecnico-compositori". Provate ad indovinare chi vi dice come si allenano mezzi e metodi per l'allenamento della resistenza? In Italia parla gente che nel campo non c'è mai stata se non per fare dei test, allenare arbitri (grosso centro di potere che si perpetua da 30 anni) e per fare pubblicazioni a uso e consumo della propria carriera, non certo per migliorare la cultura dello sport ed il CONI ne è complice.

6 Responses to Una proposta per la prevenzione degli infortuni della caviglia (2a parte)

  1. silviobarnaba 25 gennaio 2012 at 14:10 #

    Ciao,
    i miei dubbi permangono.
    l esercizio più funzionale a questo punto sarebbe farlo a coppie e quindi cammina, salta e atterra sui piedi dell’altro.
    proporre una ruota a canestro con rimbalzo e dire ad un terzo di mettere un piede sotto a chi atterra o a chi va a canestro a suo piacimento, sarebbe …. lo lascio dire a Voi.
    io credo che se conosco quello che mi sta per succedere mi abituerò a questo, e non è propriocettiva.
    se mi fai entrare in una stanza buia dicendomi che è vuota io corro salto senza paura (ed è quello che i giocatori fanno in campo, mai diciamo a loro: attenzione ai salti, alle ricadute alle gomitate etc);
    se mi fai entrare in stanza buia dicendomi che è piena di colonne che cambiano sempre posizione io andrò molto molto piano (abituarmi a saltare su un piede vero ed atterrare su un piede vero mi fara andare molto molto piano).
    quindi dobbiamo dare ai nostri giocatori gli strumenti per reagire nel minor tempo e nel miglior modo possibile alle sollecitazioni esterne improvvise ed impreviste.
    Credo come gia detto che l attrezzo, scarpe con gli stracci perchè non posso chiedere di salire sui piedi di un mio compagno, ci può tornare utile per migliorare la mobilità della caviglia che è alla base di una buona risposta propriocettiva.

    • Gianpaolo Alberti 25 gennaio 2012 at 15:35 #

      Scusa ma propriocettività non è la capacità di riconoscere la posizione del proprio corpo e dei segmaneti che ne fanno parte anche senza l’ausilio della vista? saltare tirando a canestro e atterrare con buone possibilità su un paio di scarpe non mi obbliga a realizzare un controllo del movimento di ricaduta e atterraggio basato sulla sensibilità propriocettiva? Secondo me l’intero meccanismo che si basa sulla sensibilità propriocettiva si trova di fronte a una stimolazione il piu simile possibile a quella di fornte alla quale mi posso trovare in momento gara. E visto che io lo sto provando anche su me stesso posso invitarti a fare lo stesso a constatare se non vi è un miglioramento nell’esecuzione dell’esercizio. Trovo che la similitudine della stanza non sia adeguata, sulle colonne ci sbatti non ci cammini, sarebbe piu opportuno pensare a una stanza buia dove ci sono oggetti morbidi sagomati per terra e sono sicuro che le prime volte cominci a muoverti piano e mano a mano che lo stimolo viene recepito e calibrato su un grado di intensità e squilibrio che puo dare a un articolazione basandosi sulla velocità d’allungamento dei tendini e sui recettori intracapsulari comincerai a muoverti piu velocemente.
      Se ti salta sui piedi uno di 100 kg forse ti fai piu male che saltare su una scarpa…. la ripresa dell’atleta che salta sui piedi del compagno era un mimo della situazione reale.

  2. antonio 25 gennaio 2012 at 16:00 #

    sono d`accordo con silvio,manca l`effetto sorpresa che esclude interventi superiori del snc,e` vero che e` specifico perche` la dinamica e` simile ma la modalita` interna di generare la risposta e` diversa, faccio un esempio io sono andato 2 volte in distorsione scendendo le scale,sicuramente non pensavo agli scalini ne a scendere le scale,ma in 50 anni quante scale mi sono fatto ? si puo` dire che non sono allenato a scendere le scale? che cosa mi e` mancato per non andare in distorsione? se non una risposta velocissima quindi midollare.Poi c`e` la questione del parallelismo tra i comandi ,mi chiedo e` vero che sono coordinati ma se sono paralleli sono diversi,e a certe velocita` il coordinamento si verifica? non penso…una questione di tempo…il lavoro di Alberti mette in evidenza proprio questo coordinamento tra comandi superiori e riflessi.Un altro esempio fresco fresco….giovedi scorso una ragazza che seguo e` andata in distorsione con uno stupido passo indietro in un azione di ricezione(pallavolo),facciamo matrix di tutti i tipi (affondi multidirezionali) con palla medica,manubri,elastici,ecc.ecc.non sono serviti a niente perche`? la mia idea poi puo` darsi che mi sbaglio e` che era stanca perche` quel coglione del preparatore (io la seguo solo in palestra da me ,non ho rapporti con lo staff della squadra per ovvi motivi) prima della seduta tecnica si mette a fa le ripetute a cedimento,che oltre a causare confusione neurale penso incidano negativamente su risposte riflesse ad alta velocita`..In passato ho notato e studiato che anche il poco sonno sonno puo` influire su questo tipo di risposta riflessa.Con cio- voglio dire che la mancata risposta riflessa che mi evita la distorsione puo` dipendere da diversi motivi e che anche allenando movimenti specifici come quelli del lavoro di Alberti non mi garantisce niente e` una cosa che se la fai va bene ma se non la fai va bene uguale.Su una cosa invece non sono proprio d`accordo con Alberti ,quando dice che il giocatore sbaglia il tiro per non farsi male,il giocatore quando gioca una partita vera pensa solo a metterla dentro…poi si vede il resto.

  3. silviobarnaba 25 gennaio 2012 at 16:21 #

    Ciao Antonio,
    confermo.
    sai, tra gli altri, qual è il segnale che a me insieme ai coach ci fa capire che è ora di chiudere l’allenamento?
    le troppe palle perse ed i troppi contatti gratuiti con cadute varie sul parquet.
    segnali di stanchezza del sistema nervoso e non solo ovviamente.
    il coach (che a senso ci azzecano molto grazie al fatto che hanno moltissime ore in piu di contatto con la squadra rispetto a noi, il mio coach ha credo 15 anni di allenamenti in più rispetto a me) mi dice: chiudiamo cosi perchè finisce che si fanno male e qualcuno ci rimette una caviglia.
    poi quando si cade da altezze importanti su un piede imprevisto anche al primo minuto di allenamento devi solo sperare che la struttura sia abbastanza pronta (il range articolare è importante) a reagire.

  4. kri83 25 gennaio 2012 at 18:23 #

    vedendo il filmato l’effetto sorpresa manca quasi totalmente, dico quasi perchè sulla ricaduta non sei in grado di capire bene come è messa la scarpa, a meno che i giocatori prima di atterrare buttano 1 occhio sul pavimento… cosa che si intravede diverse volte nel filmato.
    rimango dell’opinione che questo tipo di lavoro può essere utile per riprendere la funzionalità della caviglia e inibire la paura, insieme ad altri esercizi e trattamenti, però come lavoro specifico mancano diversi stimoli già citati.

  5. Alfio Caronti 8 ottobre 2012 at 13:33 #

    Ho trovato questo scritto che sembrerebbe coinvolgermi. Non conosco il discorso dall’inizio, ma credo di poter chiarire il mio punto di vista in termini di prevenzione agli infortuni e non solo per gli atleti.
    28 anni di lavoro clinico con campioni in diverse discipline ma anche con persone normali mi hanno portato a conclusioni che cercherò di riassumere con qualche esempio.
    Un ragazzo/a in giovane età, peggio se prima dei 10 anni, subisce un trauma importante. Per importante si deve intendere qualcosa che è stato percepito dal soggetto come un treth (attentato alla sopravvivenza). Con perdita dei sensi, mancanza del respiro per alcuni istanti. Ecco un breve ma incompleto elenco: trauma da parto ( nati con forcipe o ventosa, cianosi, lussazione di cervicale o spalle durante il parto ecc). Cadute dal fasciatoio, soffocamenti , scottature, cadute da bicicletta, altalena, pattini ecc. interventi chirurgici importanti ma anche tonsille e adenoidi.
    Oltre al trauma fisico, anche quello emotivo. Infanzia infelice, percezione di pericolo, di abbandono, di non essere all’altezza, di essere diverso ecc.
    Tutte queste situazioni, prese singolarmente oppure in combinazione determinano atteggiamenti (posture) di guardia muscolare diverse da soggetto a soggetto anche a parità di trauma.
    A seguito di quanto sopra, il soggetto è obbligato a posture e movimenti condizionati. I meccanismi nervosi che predispongono con anticipo la postura (APA anticipatory postural adjustments )daranno priorità a movimenti di difesa in regime di co- contrazione muscolare. Tradotto nasce conflitto tra il movimento volontario (che sarà comunque compiuto) e quello che predispone alla difesa. Un esempio pratico: sono inciampato anni addietro in appoggio sul mio piede destro e nella caduta mi sono rotto un braccio (coinvolgimento chinestetico, vestibolare, visivo). Da quel momento in poi quando correrò la mia azione avverrà per co-contrazione muscolare (maggiore resistenza tra gruppi muscolari agonisti e antagonisti) intorno a tutte le mie articolazioni impegnate nella deambulazione. La co-contrazione muscolare predisposta dagli APA è allertata dall’inclinazione della testa (memoria vestibolare) dall’avanzamento durante corsa e cammino (memoria visiva e cinestesica). La co-contrazione è preferita alla strategia per innervazione reciproca (minima resistenza tra gruppi muscolari agonisti e antagonisti) perché da migliori garanzie in caso di difesa, se qualcosa va storto, sono pronto.
    Con queste premesse ora possiamo farci male, se opero in costante o prevalente regime di co-contrazione muscolare. Un atleta che si muove con potenza rischia cedimenti muscolo/tendine/articolazione/osso, se sedentario un’artrosi mirata. Dove? Dipende quali movimenti faccio prevalentemente. Se corro, prevalentemente caviglie ginocchia schiena, se gioco a tennis, anche spalle e polsi, se sto più seduto, schiena e spalle, pur partendo dallo stesso trauma.
    L’esperienza mi dice che per ridurre la co-contrazione muscolare, gli esercizi propriocettivi e di equilibrio di qualsiasi tipo, come pure lo stretching. C’è il rischio addirittura di consolidare e inasprire lo stato di co-contrazione. Prima del trauma avevate una persona vestita muscolarmente da abiti civili, un abito muscolare leggero, potente, comodo, resistente, dopo l’incidente quest’abito è diventato come una corazza, pronta a difendersi, abbiamo un marines con tutto l’abbigliamento militare protettivo necessario alla sua sopravvivenza. Noi possiamo insegnargli a muoversi meglio, più velocemente, ma sempre vestito da marines sarà con la sua pesante ma necessaria divisa protettiva (la co-contrazione) che da qualche parte prima o poi comincerà a fare male.
    Per poter “congedare” il nostro marines dal suo abito muscolare costrittivo, bisogna per prima cosa far capire che il pericolo è passato attraverso una nuova esperienza.
    Qualcuno ha accennato alle mie solette. Forse non mi sono spiegato bene, ma non credo di aver mai detto che sono da sole la soluzione del problema. Una parte importante del processo rieducativo, ma anche preventivo e di mantenimento, è rappresentato dalle informazioni sensoriali che determinano il comportamento e la scelta delle strategie motorie.
    Con la rievocazione sensoriale del trauma si attiva la co-contrazione muscolare, diversamente i nostri movimenti possono essere liberi (più ampi) e la postura non coatta (innervazione reciproca). Lo stimolo multisensoriale rappresentato dalla soletta, in tutte le situazioni traumatiche sofferte nella stazione eretta, ha la caratteristica di rendere sensorialmente irriproducibile l’esperienza traumatica e scongiura quindi la co-contrazione. Un meccanismo questo che abbiamo ereditato dai nostri antenati che camminavano a piedi nudi. Questa è un’altra storia che meriterebbe approfondimento.
    (1) Mappatura dei movimenti liberi e non
    (2) Misurare per poi confrontare
    (3) Correggere
    (4) Allenare
    Questo a mio giudizio il percorso riabilitativo. La fase allenante può avvantaggiarsi di tutte le tecniche e le variabili possibili.
    Alfio Caronti D.C.
    lunedì 8 ottobre 2012

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