L’allenamento metabolico nella pallavolo femminile: dal modello alle proposte pratiche

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Oggi voglio fare i complimenti al mio collaboratore Sergio Machella, che con la sua squadra ha vinto per la seconda volta la Coppa Italia di A2 femminile con la sua squadra di Volley di Loreto, pubblicando in anticipo sul previsto un lavoro che stiamo sviluppando insieme sulla necessità del lavoro metabolico nella pallavolo femminile. Sergio è un preparatore professionista da pochi anni e ha fatto sia il corso per preparatori fisici del basket quando io ero il direttore prima di essere cacciato, ma anche fatto il corso per la pallavolo quello gestito dalla FIPAV tramite la Scuola dello sport: se qualcuno ha voglia chiedetegli la differenza, ma d’altro canto quando ci si affida a dei burocrati nelle scelte i risultati non possono che essere di questo tipo.

Se non mi ricordo male circa 5 anni fa quando dirigevo anche il corso per preparatori fisici della pallavolo feci fare parecchie tesine sul modello prestativo delle diverse categorie sia maschili che femminili ed apparve subito chiaro che la femminile era proprio un altro sport.

Infatti escluso la seria A1 che ha alcune somiglianze con la maschile, tutte le altre categorie della femminile hanno una modalità di gioco più prolungata. Infatti fanno fede le percentuali di realizzazioni delle giocatrici che in serie A1 si avvicina al 50%, cioè mettono giù una palla su due mentre quelle delle serie inferiori sono molto piu basse invero intorno al 25-35%, cioè per fare un punto, debbono attaccare almeno 3 palle. Il dato banalissimo è che la pallavolo non è a misura di donna (o forse a misura d’uomo) in quanto i maschi possono colpire la palla a quasi un metro più alti della rete, le donne solo 50-60 cm per via di misure antropometriche inferiori di almeno 15 cm in altezza, per via di un reach più basso di circa 30 cm e per via di un altezza di salto di circa 20 cm nel gesto tecnico: sommando i due gap di reach e salto ecco che arriviamo facilmente a 50 cm di differenza quando la rete è più alta per i maschi solo di 22 cm. Questo quindi comporta che il colpo sarà meno verticale, più difendibile, e questo a mio modesto parere ne da un gioco più godibile rispetto ai maschi con diversi scambi anche prolungati che esaltano anche il pubblico.

Questo significa quindi che l’impegno metabolico delle giocatrici di pallavolo è più elevato dei colleghi maschi, e paradossalmente più scendiamo di categoria più sarà impegnativo. Da questo semplice studio portato avanti da Sergio con la sua squadra ne seguirà un altro ancora più importante, secondo me, dove si evidenzieranno alcune linee di allenamento a secco e soprattutto con la palla sviluppate dall’allenatore stesso che debbono integrarsi assolutamente. Naturalmente spero che non pensiate che la soluzione sia quello di fare le ripetute alle giocatrici di pallavolo, ma forse Arcelli e qualche suo discepolo corregionale di Sergio nella loro infinita creatività potrebbero proporle… chissà…

Questo studio estremamente semplice, ma anche molto efficace, nasce curiosamente da una discussione metodologica proprio con l'allenatore sulle durate delle azioni e le sue applicazioni nell’allenamento: niente di meglio di vedere sul pratico cosa fosse più vero che le partite stesse.
Sarebbe interessante, senza aver nessuna velleità di pubblicare su qualche rivista scientifica piena purtroppo di studi inutili (basta vedere quelli sul calcio, solo spazzatura, ma continuano ad uscire anche nel 2012 con la sola analisi della velocità alla faccia del progresso scientifico), che chi ha una squadra di pallavolo femminile di diversa categoria facesse un qualcosa di simile a quello che ha fatto Sergio e così vediamo se nelle serie inferiori o giovanili quali numeri abbiamo e quindi se l’allenamento metabolico nella pallavolo femminile vada ulteriormente integrato e soprattutto come, senza far perdere le necessarie qualità esplosive alle giocatrici. Una bella sfida, un modo per fare cultura.

2 Responses to L’allenamento metabolico nella pallavolo femminile: dal modello alle proposte pratiche

  1. Andrea 28 marzo 2012 at 22:58 #

    Secondo me indipendentemente dal livello di gioco la pallavolo rimane uno sport anaerobico e la componenete metabolica dell’allenamento non può far altro che diminuire le prestazioni di forza delle nostre atlete…..sembra quasi che se per fare un punto ci vogliono 20″,in quei 20″ vorrei vedere quante volte si muovono in modo continuativo nel campo i giocatori…….del resto i livelli di atletismo delle atlete di questi anni in A2 sono notevolmente calati grazie a dei preparatori atletici che si ritengono dei fenomeni!!!propongo l’utilizzo dei cardiofrequenzimetri e la telemetria x vedere che non raggiungono nemmeno il 60% della freq.cardiaca max!!!

    • laltrametodologia 29 marzo 2012 at 12:59 #

      Io credo che tu sia veramente un preparatore fortunato perche hai gia tutte le risposte (debbo dire che non ho idea di quanti anni tu abbia , direi 100 per le esperienze che riporti ) , peccato che magari se guardassi anche altri dati che esistono da circa 10 anni ti accorgeresti che neanche i maschi hanno il 60% della Fcmax durante la partita .
      Ci sono dati rilevati che ti dimostrano che la % della Fcmax nella pallavolo femminile ( che mi sembra tu segui a Busnago in A2 appunto ) sia in aumento al diminuire della categoria . Dopo averla rilevata ( e continua ad essere cosi intorno al 75-85% anche in A2 femminile con alcune distinzioni di ruolo ) ed arriva fino al 90% nelle serie inferiori femminili , bisogna essere in grado di capire che indicazioni ti da , altrimenti qualche deficiente può fare le ripetute sui 1000 nella pallavolo .
      Mi spiace contraddirti ampiamente ma lo sport anerobico è il salto in alto non la pallavolo , e se uno gioca per la meta della partita oltre 4 scambi e magari fa due muri e una schiacciata forse sarebbe il caso di rendersene conto per vedere se poi l’allenatore ha questo principio in testa o allena le donne come gli uomini , oppure con continue e scarsamente qualitative palle libere per 10’ di seguito .
      Il metabolismo aerobico è di servizio e si innalza in funzione della sommazione degli impegni intensivi con brevi recuperi , quindi è indicativo di quello , o forse ci hai preso per deficienti ???
      Io credo che uno studio non sia mai del tutto stupido , qualcosa da insegnarci lo si trova sempre , bisogna solo avere l’umiltà di pensare che forse anche gli altri possano aiutarci a capire meglio magari un solo dettaglio .
      Ti faccio anche presente che stavolta non ho davvero sopportato questo tuo pressapochismo e qualunquismo che evincevo da altri tuoi interventi sul blog , tanto da non far apparire i tuoi commenti ma stavolta veramente non ce l’ho fatta più , debbo dire che non capisco proprio perche continui a guardare questo blog visto che già sai ( credi almeno) tutto !!!!

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